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Le bollicine, lo sappiamo, non sono tutte uguali, metterle nello stesso calderone senza tenere conto delle differenze tra un prosecco e uno spumante, per esempio, è sbagliato.

Allora distinguiamo, anche per consentire ai lettori di Braciamiancora di darsi un tono all’ora dell’aperitivo: che differenza c’è tra Metodo Charmat e Metodo Classico? Il brand ambassador di Cantine Rotari, tra le 47 aziende produttrici del Trento DOC, ci aiuta a fare chiarezza in modo semplice parlando di valorizzazione delle uve e rifermentazione.
Il Metodo Charmat, chiamato anche Martinotti, da Federico Martinotti, il primo inventore di questo metodo di rifermentazione controllata, mira alla valorizzazione di un frutto già pronto a elargire profumi e aromi caratteristici. Per intenderci, è quello adottato per la produzione del Prosecco e dell’Asti Spumante.

Il Metodo Classico, o metodo tradizionale, un tempo chiamato anche Metodo Champenoise, valorizza invece uve che richiedono molto più tempo per sprigionare i loro sentori. I frutti vengono vendemmiati in anticipo e sono sottoposti a lunghi affinamenti prima della rifermentazione in bottiglia.

I principali vini che nascono da questo procedimento sono il Franciacorta, l’Oltrepo’ Pavese, l’Alta Langa e il Trentodoc, se vogliamo rimanere sul nostro territorio nazionale. Ma c’è un esempio ancora più universale: lo Champagne.

Proprio il celebre vino francese ha in comune con il Trentodoc i vitigni di riferimento, cioè quelli ammessi dal disciplinare di produzione per la vinificazione: pinot bianco, pinot nero, pinot meunier e chardonnay.

In Trentino la viticoltura è prevalentemente orientata verso lo chardonnay; non è un caso quindi, che buona parte della produzione di Rotari sia volta al Rotari Brut, un Blanc de Blancs composto per il 100% dall’uva a bacca bianca.

In alternativa troviamo il Brut Rosè, che invece prevede una percentuale di pinot noir nel mosto.

La sua produzione è minore per una difficoltà di coltivazione dell’uva a bacca rossa su quel territorio. Ogni socio di Rotari è infatti libero di scegliere quale vigneto coltivare e in quale misura; è compito della cantina valorizzarne poi il raccolto.

di Roberto Serrentino – 23 gennaio 2018