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C’È CHI FINISCE AL FRESCO PER UNA BIRRA DI TROPPO, E CHI INVECE DAL CARCERE ESCE PROPRIO CON UNA BELLA BIRRA FRESCA. CONTROSENSI DELLA GIUSTIZIA ITALIANA? NO, UN PROGETTO DI REINSERIMENTO DEI DETENUTI, PRODUCENDO BIRRA

In vino veritas. In birra libertas. Che vuol dire? Semplice: che la birra porta alla libertà. Ma c’è libertà e libertà. Qui non parliamo di quella di Homer Simpson, che dopo due boccali inizia a ruttare. No, qui parliamo della libertà di Lele e Daniele del progetto “RecuperAle”, ovvero di una birra artigianale nata dietro le sbarre. Una storia di luppolo, schiuma, sbarre e un passato da dimenticare, come fosse una birra sgasata. L’ha ben raccontata Lucio Perotta sull’Huffington Post alcuni giorni fa.

L’ultima birra prodotta si chiama RecuperAle e quando Lele e Daniele la stanno per etichettare, nei loro occhi si legge l’irrefrenabile voglia di riscatto. Il primo fa il birraio, il secondo lo assiste volentieri, anche se la sua mansione principale è al reparto commerciale. Fuori dalle mura del birrificio “Vale La Pena” hanno entrambi problemi con la legge: Lele è in attesa di giudizio con l’accusa di possesso di droga, mentre Daniele sta scontando la condanna a 2 anni e 8 mesi per spaccio. “Trattavo hashish, marjuana e cocaina da quando avevo 14 anni. Mi hanno beccato a 22, ma ora la mia strada è in discesa: è la birra che mi sta salvando”.

Dal birrificio allestito all’Istituto Agrario “Emilio Sereni” di Roma ne sono passati tanti di detenuti. “Per l’esattezza 11 e altri due sono in arrivo”, dice con orgoglio ad HuffPost Paolo Strano, ideatore di Semi di Libertà, la onlus che permette ai detenuti di accedere al cosiddetto “lavoro esterno”, previsto dall’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario. E tutti arrivano con un solo obiettivo: la rieducazione.

RECUPERALE, LA BIRRA CHE RECUPERA CIBO E PERSONE

RECUPERALE, LA BIRRA CHE RECUPERA CIBO E PERSONE

RECUPERALE, LA BIRRA CHE RECUPERA CIBO E PERSONE

Il pane è l’energia della vita, ma la birra è la vita stessa. Così recita un proverbio inglese, a cui devono evidentemente essersi ispirati gli ideatori del progetto. Questa birra ha infatti un altro pregio: viene prodotta recuperando il pane, evitando così lo spreco alimentare.

“RecuperAle è la birra che recupera cibo e persone”, recita lo slogan ideato per la raccolta fondi lanciata su Eppela. La A maiuscola indica la tipologia di birra (una Pale Ale, appunto, chiara e dalla gradazione alcolica di 6.5 ABV). Ma nel nome della diciassettesima birra prodotta dal birrificio “Vale La Pena” c’è di più: c’è la missione (non impossibile) di reintegro e di sostenibilità, per combattere efficacemente la recidiva e lo spreco alimentare. Sì perché la birra in questione è prodotta con il pane in eccedenza (che altrimenti verrebbe gettato nella spazzatura), usato nella versione bread in parte in sostituzione del malto. E se i detenuti ci mettono l’ingegno, tocca ai volontari di un’altra onlus, Equoevento, procurare la materia prima, il pane appunto.

EQUOVENTO, LA ONLUS DIETRO RECUPERALE

EQUOVENTO, LA ONLUS CHE RECUPERA IL PANE PER PRODURRE LA BIRRA

UNA BIRRA PER SALVARLI TUTTI

Spesso il carcere è la conseguenza di un passato difficile, che neanche una bella sbronza può far dimenticare. Ma la birra può essere la soluzione, se non a tutti (come dice sempre Homer Simpson), quantomeno a un problema della vita: il reinserimento nella società. Dalle storie di questi ragazzi si comprende che basterebbe davvero poco per realizzare questi obiettivi.

Numeri che poi lasciano spazio alle storie, come quella di Daniele, ora 24enne. “Il primo giugno del 2016 sono entrato a Regina Coeli”, ci racconta al telefono mentre è in viaggio verso Benevento per la cotta di una pils. “Sono stato dentro un mese e mezzo e poi mi hanno dato i domiciliari. Sono andato a casa di mia nonna ma stavo peggio che dietro le sbarre, era snervante”. Un’infanzia senza padre, senza una guida che gli indicasse ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. “Lo facevo per soldi sì, ma soprattutto per dimostrare di essere grande, per non farmi sottomettere dagli altri”. Dopo il primo anno di scuola superiore, il destino è la strada.

“Se tutti i bambini venissero seguiti…”, dice lasciando con tenerezza che sia l’interlocutore a completare la frase. “Certo, non rifarei niente di quello che ho fatto. Ma quando ero ai domiciliari da mia nonna, la tentazione mi è venuta più volte: venivano a trovarmi gli amici a casa, volevo uscire con loro. Poi ho fatto un percorso con una psicologa e lei mi ha aiutato a scacciare via i brutti pensieri”. E la scuola? “L’ho ripresa: faccio corsi serali, quest’anno mi diplomo. Poi mi voglio iscrivere all’università, magari Economia, mi sento portato. A Vale La Pena siamo una famiglia, lì evado dal mio passato: a luglio 2018 sarò libero, ora la mia strada è in discesa”. 

E allora in alto i boccali, per brindare alla salute, e al futuro, di questi ragazzi.

di Giuseppe Puppo – 1 febbraio 2018