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FINISSAGGIO DELLA CARNE: COS’È E COME CAMBIA LA QUALITÀ

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MOLTI ALLEVATORI LO PRATICANO ALTRI INVECE NO, PERCHÉ? MA SOPRATTUTTO CHE COSA SI INTENDE PER FINISSAGGIO? ED È VERO CHE MIGLIORA LA QUALITÀ DELLA CARNE? ECCO COSA DICONO GLI ESPERTI

Il finissaggio (o finishing) è un termine tecnico usato per indicare la fase finale di un processo produttivo. In pratica, gli addetti ai lavori, prima di immettere un prodotto sul mercato, lo sottopongono a un lavoro di rifinitura per renderlo più appetibile agli occhi del consumatore.

Applicato all’industria alimentare, e in particolare a quella della carne, questo procedimento interessa l’ultima fase di ingrasso dell’animale, che sia equino, suino o bovino, purché destinato alla macellazione. Negli ultimi mesi di vita, gli allevatori somministrano una dieta specifica a base di alimenti come soia e cereali per incrementare la massa grassa.

Il motivo è puramente organolettico: una carne ben infiltrata di grasso, ovvero con un’ottima marezzatura, risulta più tenera, succulenta e saporita al palato. È grazie a questa fase se possiamo gustare tagli pregiati e morbidi; al contrario, il rischio è quello di trovarsi nel piatto carni dure, stoppose e insipide.

LE VARIABILI DELL’AFFINAMENTO: NON ESISTONO REGOLE FISSE

Non esiste un protocollo univoco per questa tecnica. Gli allevatori calibrano il finissaggio incrociando diverse variabili: razza, sesso e età dell’animale, ma anche la morfologia del territorio (pianeggiante o scosceso, ricco di cereali o prevalentemente a pascolo).

Tutti questi elementi suggeriscono al professionista come affinare i capi, o se non farlo affatto. Questa variabilità si riscontra soprattutto nell’allevamento bovino, data l’enorme diversità di razze e pascoli. Il vero banco di prova per comprendere l’impatto di un buon finissaggio resta la degustazione in steakhouse di alto livello o in macellerie specializzate.

IL METODO GRASS FED: QUANDO IL PASCOLO BASTA

Non tutti gli allevatori optano per l’ingrasso in stalla. C’è chi sceglie il momento della macellazione basandosi esclusivamente sulla condizione corporea naturale dell’animale.

“Scelgo l’esemplare con le caratteristiche più idonee per quel particolare momento dell’anno”, ci spiega un allevatore siciliano che lavora esclusivamente in regime grass fed. In questo sistema, i bovini vivono allo stato brado e si nutrono solo di ciò che trovano al pascolo. Le caratteristiche della carne variano fisiologicamente in base alla stagione: in primavera, ad esempio, la maggiore disponibilità di erba fa sì che l’animale mangi di più e si muova di meno, aumentando naturalmente la marezzatura della carcassa.

In questo caso, il rifiuto del finissaggio tradizionale poggia su ragioni etiche e nutrizionali: la convinzione è che l’ingrasso forzato stravolga i principi nutrizionali di una carne sviluppata allo stato brado. Il compromesso è chiaro: si predilige una carne magari meno burrosa, ma percepita come più salubre e rispettosa del benessere animale.

GRAIN FINISHED: IL COMPROMESSO AMERICANO

“Il finissaggio è come chiedere una ricetta segreta a un cuoco”, ironizza un allevatore veneto specializzato in Angus. La dieta classica prevede fieno, insilati di erba, mais, soia e sali minerali, ma le proporzioni sono a discrezione dell’azienda.

Se gli allevamenti puri grass fed escludono questa fase, esiste una via di mezzo molto diffusa definita grain finished. Prevede un allevamento a erba per la maggior parte della vita dell’animale (es. 20 mesi), seguito da un finissaggio a base di mais, soia e lino negli ultimi mesi. La logica è massimizzare il sapore e la morbidezza senza compromettere la salute dell’animale, garantendo stalle antistress e un’alimentazione bilanciata nella fase finale.

LA GESTIONE DELLE RAZZE LOCALI: PODOLICA E PIEMONTESE

Le dinamiche cambiano radicalmente a seconda della genetica dell’animale.

Nel caso della Podolica, tipica del Sud Italia, la pratica della transumanza e la frequente mancanza di strutture stabili rendono complesso il finissaggio. L’ingrasso, quando avviene, è molto breve (uno o due mesi al massimo) a base di granturco, avena, orzo e fieno, giusto il tempo di conferire alla carne la tenerezza minima necessaria.

Al contrario, la Piemontese è una razza geneticamente magra che richiede un lavoro costante. “Il finissaggio inizia già con lo svezzamento”, conferma un rappresentante delle associazioni di tutela della razza. L’integrazione con mangimi proteici (mais, soia, crusca) accompagna l’animale per quasi tutta la vita, abbassando poi la quota proteica a favore dei carboidrati e dei grassi nobili (lino e fave per gli Omega 3 e 6) nell’ultima fase. La carne magra non è un difetto, ma la sua resa gastronomica dipende interamente dall’abilità di chi ne gestisce la dieta.

WAGYU E CHIANINA: AGLI ANTIPODI DELLA MAREZZATURA

Per i bovini ad altissima infiltrazione di grasso, come il Wagyu allevato in contesti europei (es. in Tirolo), il finissaggio è fondamentale per sviluppare il sapore caratteristico. Un allevatore altoatesino spiega come la dieta dell’ultimo anno, composta da fieno di alta montagna, cereali e trebbia di birra (un’alternativa locale alla soia), sia essenziale per rendere la componente lipidica della carne estremamente fondente e aromatica.

Infine, la Chianina, il “Gigante Bianco” dell’Appennino centrale. Nonostante la stazza imponente (i maschi superano la tonnellata e mezza), le carni sono fondamentalmente magre, simili a quelle della Piemontese. I consorzi di tutela lasciano libertà sul metodo di allevamento, ma la scelta ricade spesso sulla stabulazione per gli ultimi quattro mesi. Come spiega un allevatore umbro, si utilizzano farinati di mais, orzo e favino, monitorando costantemente lo sviluppo del singolo capo. L’osservazione diretta del rumine e della velocità di accrescimento determina eventuali variazioni nella dieta, dimostrando che, oltre i disciplinari, è l’esperienza sul campo a garantire il risultato finale.

di Antonino Campanella 21/09/2025

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